Leptospirosi nel bovino: causa di aborto spesso sottovalutata

Leptospirosi nel bovino: causa di aborto spesso sottovalutata

La Leptospirosi è una malattia infettiva sostenuta da un microrganismo sottile e dalla forma spiralata (dal greco Leptos = sottile; dal latino Spira = spirale) diffuso a livello mondiale soprattutto in ambienti acquicoli, nei fiumi, nei laghi, nelle acque di scolo, ecc. L’infezione può interessare l’uomo, gli animali domestici e le specie selvatiche (roditori, carnivori, ungulati) che si comportano spesso come specie-serbatoio.

Lo stato di serbatoio (o reservoir)comporta il fatto che le leptospire persistono nel rene, e/o nell’apparato genitale dell’animale ospite, senza sviluppare la malattia. Tuttavia, eliminando i microrganismi con le urine, questi animali contribuiscono a contaminare gli ambienti, le acque di abbeverata, il suolo, i vegetali, ecc.

L’identificazione delle leptospire viene effettuata su base antigenica e ne permette la classificazione in almeno 23 specie e oltre 300 serovar (sierotipi), isolate da diverse nicchie ecologiche. Secondo tale classificazione è la specie L. interrogans quella a cui appartengono tutte le leptospire patogene, sia per l’uomo che per gli animali.

In Italia, all’interno della specie L. interrogans, le serovar più diffuse sono almeno 8: Leptospira interrogans icterohaemorrhagiae, Leptospira interrogans hardjo, Leptospira interrogans pomona, Leptospira interrogans canicola, Leptospira interrogans ballum, Leptospira interrogans tarassovi, Leptospira interrogans grippotyphosa, Leptospira interrogans bratislava.

Ogni serovar è caratterizzata da specifici serbatoi epidemiologici e da diversa patogenicità per l’uomo e per gli animali con quadri clinici che possono variare da asintomatico a grave, con danni, soprattutto, a carico di fegato e reni.

Le specie di interesse zootecnico più sensibili alla Leptospirosi sono il bovino ed il suino, in cui il sintomo più frequente è l’aborto. Le lochiazioni, i feti abortiti, le placente espulse costituiscono altre matrici, oltre le urine, attraverso cui le leptospire vengono eliminate e diffuse all’esterno.

Nei bovini l’infezione è sostenuta principalmente da Leptospira interrogans hardjio che, in questa specie animale, risulta la serovar isolata con maggiore frequenza. Tuttavia il bovino può infettarsi, e contribuire al mantenimento dell’infezione, anche  con altre serovar come L. i. pomona, L. i. icterohaemorrhagiae e L. i. grippotyphosa.

La leptospirosi nel bovino evolve spesso in forma cronica, con i microrganismi che tendono a localizzarsi nei tubuli renali dove possono rimanere per mesi o anni, venendo eliminati solo occasionalmente nelle urine. In questo caso, le manifestazioni  cliniche sono modeste, l’infezione rimane sostanzialmente inosservata e, non venendo diagnosticata, diffonde progressivamente all’interno della stalla.

Nella forma acuta, al contrario, la Leptospirosi bovina si manifesta con quadri estremamente seri soprattutto a carico della sfera riproduttiva in cui si registrano ipofertilità, aborti o natimortalità, mastiti atipiche e calo della produzione lattea. Le perdite economiche per l’azienda risultano gravi.

La diagnosi di Leptospirosi nel bovino si basa sulle manifestazioni cliniche che tuttavia, come detto, possono essere di modesta entità. Di conseguenza si rendono inevitabili gli accertamenti di laboratorio che possono essere di tipo diretto ed indiretto.

La diagnosi diretta si può effettuare tramite l’isolamento batterico o, più rapidamente, attraverso il test di PCR dal sangue, dalle urine, dal latte dell’animale in vita o da campioni d’organo, in caso di decesso o aborto. Tale metodica consente di identificare la presenza del DNA di Leptospira ma non distingue la sierovariante coinvolta.

Questo tipo di approccio inoltre può dare falsi negativi, perché è soprattutto   nelle fasi iniziali dell’infezione che si riesce a svelare il microrganismo nel sangue dell’animale, mentre nelle urine il batterio viene eliminato in modo incostante e con scarse concentrazioni, soprattutto se l’infezione serpeggia allo stato cronico.

Se si sospetta un’infezione da Leptospira in un allevamento bovino è  preferibile ricorrere alla diagnosi indiretta, cioè ad un controllo sierologico atto a svelare l’eventuale presenza degli anticorpi nel siero di sangue. In questo caso l’accertamento analitico da richiedere è un test MAT (Test di Microagglutinazione) che permette di identificare anche la serovar coinvolta nell’infezione.

Il trattamento della Leptospirosi viene effettuato impiegando antibiotici, le leptospire infatti rispondono molto bene alle penicilline. La terapia antibiotica però è tanto più efficace quanto prima viene somministrata, una volta fatta la diagnosi.

L’applicazione delle corrette pratiche di biosicurezza costituisce, come sempre, il mezzo di profilassi diretta più efficace nel prevenire l’infezione: l’igiene dell’allevamento, le procedure di derattizzazione, il controllo della fauna selvatica e degli animali sinantropi, l’attenzione allo stato sanitario degli animali, sono le misure  imperative da attuare.

Un altro strumento di profilassi cui l’allevatore può ricorrere è il vaccino. Accanto a presidi vaccinali commerciali esiste la possibilità di impiegare vaccini stabulogeni allestiti a partire dalla serovar isolata nell’allevamento o nel territorio, rendendo il presidio immunizzate mirato e più efficace.

Di recente, presso l’IZSUM (Istituto Zooprofilattico Sperimentale dell’ Umbria e delle Marche), sono stati allestiti due tipi di vaccini stabulogeni per Leptospira, utilizzati in allevamenti in cui si erano stati registrati aborti da L. interrogans serovar pomona.

I due vaccini (chiamati ST e ICDS), preparati con il soma batterico inattivato di serovar pomona, differiscono per il diverso volume di inoculo, per la concentrazione finale di leptospire/dose, per la tipologia e la percentuale di adiuvante utilizzato. Entrambi i vaccini, essendo inattivati, devono essere somministrati in 2 interventi successivi effettuati a distanza di 21 giorni uno dall’altro in ragione di 5 ml/capo per lo ST e di 2 ml/capo per l’ICDS.

I risultati ottenuti sono stati positivi, sia in termini di sintomatologia clinica con interruzione degli aborti, ma anche in termini di prevenzione dell’infezione, dei fenomeni abortivi, dell’infertilità.

Dei due presidi utilizzati, la maggiore efficacia è stata riscontrata nel vaccino    di tipo ICDS in quanto è stato in grado di evocare una risposta immunitaria umorale con elevati titoli di anticorpi protettivi con una concentrazione minore di antigene. Altri vantaggi legati al suo impiego sono stati maggiore facilità di somministrazione in campo (2 ml/capo) e, soprattutto, nella ottimizzazione della concentrazione di Leptospire necessarie per ottenere un’immunizzazione protettiva negli animali.

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