Biodiversità


Allevamento Buttero, storia ed origini

Allevamento Buttero, storia ed origini

Il Buttero rappresenta una delle principali icone della Maremma. È colui che mantiene vive le antiche tradizioni equestri della monta da lavoro e, ancora oggi, ha il ruolo insostituibile di governare le mandrie di vacche maremmane che pascolano libere. È il custode dei millenari segreti di un mestiere tramandato dagli anziani maestri.

Nel passato, il buttero nell’azienda era l’unico ad avere il diritto alla cavalcatura dopo il padrone sul suo inseparabile cavallo maremmano. Anche l’abbigliamento evoca la tradizione: vestiti in fustagno, cappello a falde larghe, “pastrano” (mantello di ampie dimensioni), cosciali in pelle di capra, scarponi di vacchetta, lungo uncino e catana appesa alla bardatura del cavallo, i mandriani percorrevano instancabilmente paludi e boscaglie di questa terra difficile e scorrazzavano per le verdi e strette strade della Maremma controllando gli spostamenti del bestiame.

L’allevamento Buttero interessa oggi gli allevamenti di bovini allo stato brado e viene effettuato nei territori del Lazio e Toscana, in particolare per gli allevamenti della razza bovina Maremmana. La gestione delle mandrie al pascolo viene eseguita grazie all’utilizzo dei cavalli di razza Maremmana, particolarmente adatti a questo compito e per questo identificati anche come “i cavalli dei butteri”.

Questa tradizione rappresenta uno degli esempi emblematici del fortissimo legame tra razze a limitata diffusione e tradizioni culturali. La possibilità di rivitalizzare e tutelare la pratica dell’allevamento brado delle razze Maremmane bovine ed equine è un’importante occasione per conservare la biodiversità, diventata da tempo una priorità della politica agricola europea e che riveste un ruolo centrale nelle attività che tutti i Paesi stanno attuando per la programmazione dei piani di sviluppo rurale.

La razza bovina Maremmana viene allevata come razza bovina da carne. I capi sono particolarmente adatti a vivere liberi, in zone boschive, nutrendosi del pascolo, degli arbusti, dei frutti selvatici. La caratteristica fondamentale che rende questi bovini il simbolo del paesaggio maremmano sono le grandi corna, lunghe fino a 1 metro, a semiluna nei maschi e a lira nelle femmine, utili anche per aprirsi varchi nella macchia più inaccessibile e per piegare le piante fino ad abbassare le chiome a livello del suolo, permettendo così ad altri di cibarsene, ma anche a difendersi dai predatori.

Infatti, in passato gli allevatori sceglievano la vacca maremmana anche per la capacità di proteggere il vitello dagli attacchi dei lupi. In passato veniva allevata come razza dalle molteplici attitudini: ottima per la carne, buona produttrice di latte e soprattutto instancabile nel lavoro. Vista la robustezza veniva usata per trainare carri per il trasporto di merci e persone e per aiutare gli uomini nella lavorazione dei campi. Con l’avvento della meccanizzazione in agricoltura, soprattutto a partire dal secondo dopoguerra, il numero dei capi si è ridotto drasticamente, fino a sfiorare l’estinzione.

Ha antichissime origini, discende dal Bos Taurus Macroceros, il bovino dalle grandi corna (razza grigia della steppa) proveniente dalle steppe asiatiche, che si è diffuso in Europa. Tracce di questa razza si trovano nei reperti archeologici di Cerveteri e nei manufatti conservati nei musei (testa taurina del museo di Vetulonia), a conferma che la razza Maremmana occupava già al tempo degli Etruschi le attuali aree di allevamento (maremma toscana e laziale).

Negli ultimi decenni, anche la produzione di carne non ha garantito a questa razza una adeguata convenienza per i produttori, iniziando una serie di incroci che hanno portato alla riduzione del numero di capi allevati in purezza. L’interesse verso questa razza è legato essenzialmente alla sua capacità di essere allevata in ambienti particolarmente difficili. L’allevamento è di tipo brado o semi-brado, con animali che vivono all’aperto per tutto l’anno, riparandosi nelle macchie durante l’inverno.

Le mandrie al pascolo vengono gestite ancora oggi dai butteri in sella ai cavalli maremmani. Il bovino Maremmano si nutre dell’erba di pascolo e delle ghiande dei boschi, vengono integrati fieno e granaglie e a volte foraggio di bassa qualità. La consistenza dei capi di questa razza (in base alle iscrizioni all’ANABIC) è di oltre 11.500 capi. Anche se non è classificata tra le razze a Rischio di estinzione dalla FAO, rappresenta a pieno titolo la biodiversità italiana e caratterizza indiscutibilmente il territorio della Maremma.

Anche il cavallo Maremmano ha origini antiche e presenta un’innata disinvoltura a muoversi in qualunque terreno e con qualunque condizione climatica. La diminuzione del suo impiego nell’attività agricola ha segnato anche la sua contrazione numerica. Il suo destino è legato alla possibilità di utilizzarlo nell’equitazione da diporto, trekking e passeggiate o in quella sportiva, ma soprattutto alla rivalutazione della tradizione della cavalcatura dei butteri. Le prime testimonianze sulla presenza di popolazioni cavalline lungo il litorale tirrenico da cui discende il cavallo Maremmano risalgono alla civiltà etrusca. Gli incroci con altri tipi genetici hanno portato nel corso del tempo al cavallo Maremmano che conosciamo.

Come tutte le razze equine, anche il Maremmano ha subito numerose modificazioni dettate essenzialmente dalle esigenze lavorative, belliche e alimentari dell’uomo rischiando, negli anni seguenti la Seconda guerra mondiale, persino l’estinzione. Nel Rinascimento la Maremma era a pieno titolo “terra di cavalli”, con numerosi allevamenti da Pisa a tutto il territorio del Lazio. Nel corso del 1800, però, la mancanza di bonifica dei territori ha portato queste terre in mano alla malaria e al brigantaggio e molti allevamenti sono stati chiusi.

Per fortuna le fattrici della razza del cavallo Maremmano vennero messe in produzione in alcuni allevamenti grossetani e della campagna romana. Ciò ha permesso la ripresa dell’allevamento tra la Prima e la Seconda Guerra Mondiale. Con la Seconda guerra mondiale, purtroppo, le fattrici del maremmano sono state utilizzate per produrre muli per l’esercito o cavalli da carne.

La Riforma Agraria del dopoguerra, con lo smembramento dei terreni, ha portato alla chiusura dei latifondi e di molti allevamenti, facendo rischiare l’estinzione al cavallo Maremmano. È grazie alla caparbietà di pochi allevatori toscani e laziali se il Maremmano ha ancora una sua identità. Grazie alla loro volontà, alla creazione del Libro Genealogico e al lavoro dell’Associazione di razza (ANAM), il cavallo è riuscito a mantenere una sua identità.

Il cavallo Maremmano è allevato da sempre allo stato brado, in condizioni ambientali spesso difficili e proprio per questo ha conservato nel tempo le sue doti di rusticità e frugalità. Versatile e affidabile è il compagno indispensabile dei butteri per il governo dei bovini. Il cavallo Maremmano è classificato tra le razze a rischio di estinzione dalla FAO.

Nel prossimo post, vedremo quali sono i principali fattori di minaccia e le principali attività di conservazione per le razze maremmane.

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